Micro Macro

Buonasera!
Stasera parleremo con Monica Gardellini, De Monique è il suo pseudonimo come Dj, ma parleremo anche dei suoi Micro Giardini.

Micro Macro De Monique

✔️ Per prima cosa le chiedo quando è nata la sua passione per la musica?
Mi racconta che è sempre stata appassionata di musica, che da bambina il suo gioco preferito era salire su un sedia facendo finta di essere su un palco ed inventare canzoni.
Poi arrivata l’adolescenza ha iniziato a catturare quel che le piaceva dalla radio o filodiffusione, su un registratore a cassette, poi a collezionare dischi, e poi a preparare musicassette ai suoi amici.
La sua musica preferita era il rock, il punk e la new wave, il raggae, l’afro e la world music, fino ad arrivare alla musica elettronica.

✔️ Le domando quando ha iniziato a mettere musica nei club.
Iniziato tutto nel 1999, quando il direttore artistico di un allora noto locale romano la coinvolse in una serie di sonorizzazioni da aperitivo, dove poter selezionare tutti i dischi collezionati fino ad allora, e così nacque De-Monique.
“Allora i DJ erano per lo più uomini, le donne in consolle erano pochissime e questo da un lato fu un ottimo punto di lancio.”
Ben presto conquistò le aperture delle serate dance e poi la parte centrale che solitamente è quella più hot: ha condiviso la consolle con tantissimi artisti e artiste nazionali e internazionali.

✔️ Non posso non chiederle quindi cosa prova quando “suona”.
Mi dice che all’inizio ha quasi sempre paura, che teme di non piacere o di non riuscire a trasmettere le emozioni che prova lei: ma quando poi vede la gente ballare e sorridere a occhi chiusi mentre sceglie la musica “è qualcosa di indescrivibile, è emozionante, ti senti parte di un rituale ancestrale nel quale sei tu a infondere la magia”.

Micro Macro De Monique
Micro Macro De Monique
Micro Macro De Monique
Micro Macro De Monique
Micro Macro De Monique
Micro Macro De Monique

✔️ Ma chiacchierando mesi fa, mi raccontò che si era dovuta “reinventare”, scegliendo i Micro Giardini, ma da dove è nata quest’idea?
Mi racconta che con la pandemia, e la chiusura dei locali, è arrivata ad un punto in cui ha iniziato a pensare le cose più negative: ma poi si è trovata davanti a “qualcosa di magico”.
L’idea è nata da un pezzetto di muschio trovato in un vaso sul suo terrazzo: osservandolo “ci ho visto un microcosmo e ho cominciato a lasciar andare l’immaginazione”.

✔️ Quindi ci racconta un po’ dei Micro Giardini.
Dice che c’è tutta una letteratura dietro ai Giardini, oltre a quanto possono essere terapeutici, e possano anche indurre alla meditazione.
“I miei Micro Giardini sono un pezzo di vita, di sogno oppure il verso di una poesia nel quale ognuno si può ritrovare.”
Mi racconta che mentre li realizza pensa sempre a qualcosa: ad un viaggio o a un ritorno a casa, a un amore vicino o lontano, alle passeggiate, alla famiglia, o anche semplici riflessioni sul quotidiano.
“Sono piccoli oggetti metafisici, a volte poetici e chiunque li guarda cerca di immedesimarsi, per questo molto spesso mi vengono richieste delle personalizzazioni.”
Vengo realizzati in cemento, muschio stabilizzato e micro personaggi.
Infine mi racconta che come brand ha scelto Micro Macro proprio per dare l’idea della grandezza delle emozioni che possono scaturire anche dalle piccole cose.
Ho ascoltato la sua musica, e mi è piaciuta un sacco, mi manca solo di prendere un meraviglioso micro giardino, ma andate a curiosare anche voi, ve lo consiglio!

➡️ I suoi riferimenti:
Facebook: https://www.facebook.com/DeMoniqueDeeJay/
https://www.facebook.com/MicroMacroUnGiardinoNelCemento
Instagram: https://www.instagram.com/de_monique_acinom_inilledrag/
https://www.instagram.com/micromacroungiardinonelcemento/

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KETTY LA ROCCA – Le donne italiane nell’arte

“È evidente che sono giunta ad uno stato di angoscia insuperabile. Mi sento una donna profondamente ferita nella sua sensibilità e nella sua stessa dignità che era andata incontro alla vita con la più sincera idealità e fiducia e quando ha cominciato ad affrontare gli spigoli della vita si è trovata impreparata.”
Da “La storia che ha commosso il mondo”

Nei primi anni Settanta del ‘900 la comunicazione di massa si indirizzò verso forme espressive legate al corpo e al linguaggio gestuale mediante tecniche diverse, come la fotografia, il libro d’artista, il video, la performance. Gli artisti ricercarono un linguaggio più diretto, che esprimesse la ricostruzione dell’identità individuale.
Già il periodo precedente, tra gli anni Sessanta e Settanta, rappresentò un momento in cui la partecipazione delle donne italiane nelle arti divenne più ampia.

Una figura interessante è quella di Gaetana Ketty La Rocca (1938-1976), artista che nel suo lavoro ha esplorato le potenzialità del linguaggio e della comunicazione come mezzo per addentrarsi nella ricerca dell’identità.
Nata a La Spezia, presto abbandona la città natale per trasferirsi prima a Spoleto e poi a Firenze dopo gli studi magistrali nel 1956. Al conservatorio Luigi Cherubini segue i corsi di musica elettronica di Pietro Grossi, lavora in uno studio radiologico e insegna alle scuole elementari. Qui scrive anche le sue prime poesie.

kettylarocca

L’artista elabora, (in un’interpretazione ironica del femminismo), un nuovo impatto linguistico e visivo. Le sue immagini infatti sono realizzate da figure femminili tratte dalla pubblicità di consumo, poi accostate a testi spiazzanti, con un’allusione alla mercificazione della donna. L’attenzione alla condizione femminile nella società ancora patriarcale è un tema costante nel suo operato. Il modello che contesta è quello che definisce la donna solo come sposa e madre.
Se consideriamo i lavori realizzati tra il 1964 e il 1965 come “Non commettere sorpassi impuri”, “Lei sceglie, porta a casa”, “Vergine”, “Sana come il pane quotidiano”: sono opere in cui a frasi slogan l’artista associa immagini di forte impatto visivo.

La Rocca si fa gioco dei cliché convenzionali dell’epoca e accusa il processo di mercificazione del corpo femminile.
A Firenze collabora con il Gruppo 70 nell’ambito di un’avanguardia italiana nota come poesia visiva.
Compone collage ritagliando da giornali e riviste immagini fotografiche e scritte incollandole su fogli bianchi o neri. I suoi collage sono organizzati come slogan pubblicitari che mettono in relazione parole e immagini in cui emerge l’attenzione per la condizione femminile, precorrendo le lotte femministe come il Manifesto di Rivolta Femminile di Carla Lonzi.

Con la poesia visiva l’artista decontestualizza immagini e parole e ricrea un nuovo senso.
Lasciato presto il Gruppo 70, continuerà a farlo con le lettere giganti che diventano presenza tridimensionale, travalicano la pagina e trovano spazio nel mondo diventando reali.
È la fine degli anni 60 e l’esplorazione si sofferma sul linguaggio ispirato alla segnaletica stradale o sulle singole lettere.
Nascono giganteschi monogrammi in pvc nero.
Prevalgono le lettere che rimandano alla prima persona singolare: Io.
L’io diventa presenza, non più solo concetto astratto.

Invade lo spazio e riafferma se stesso. Si accompagna successivamente al “Tu”.
D’ora in poi l’opera di Ketty è un’analisi della comunicazione e del linguaggio alla ricerca di una possibilità di trasmissione autentica di sé.
Nella performance “Le mie parole e tu” del 1975 l’artista legge un testo senza significato, mentre gli spettatori pronunciano la parola tu, you.
L’intento è anche quello di coinvolgere lo spettatore nell’opera. Ad esempio, anche in “Specchi”, l’installazione riflettente ha bisogno del passaggio dello spettatore per attivarsi e diventare opera.
Ricorrono spesso i testi nonsense. L’intento è polemico e ironico, per dimostrare che la lingua non è comunicazione autentica perché è diventata convenzionale, omologata, priva di senso appunto.
Perciò Ketty si dedicherà all’esplorazione di linguaggi non verbali.

Nel 1971 nasce “In principio erat”, un libro di fotografie in bianco e nero di mani che compiono dei gesti quasi rituali. Dal volume prende origine il video “Appendice per una supplica”, presentato alla Biennale di Venezia del 1972, in cui l’artista restituisce vita alle mani ritratte nel libro.
Ora l’artista mette il proprio corpo al centro della sua ricerca espressiva.
Volti e mani esprimono una comunicazione autentica.
Il percorso poetico e artistico di Ketty dunque parte dalle parole, passa a concentrarsi sulle singole lettere e poi si focalizza sul gesto.
La società italiana del dopoguerra vive nel boom economico seppur restando fortemente legata ai sistemi tradizionali della famiglia.
In questa realtà l’immagine diventa una presenza costante nella vita delle persone: cinema, televisione e soprattutto pubblicità opprimono la società, modificandone gusti e percezione.
Qui si inserisce la ricerca artistica femminile di Ketty La Rocca, laddove è necessario ridare la vera identità alla donna, allontanandola dallo stereotipo commerciale.

Links
Ketty La Rocca, bio e opere
https://it.wikipedia.org/wiki/Ketty_La_Rocca
Carla Ferraris
https://lachipper.com/cose-la-chipper/

𝚃𝚎𝚜𝚝𝚘 𝚜𝚘𝚐𝚐𝚎𝚝𝚝𝚘 𝚊 𝙲𝚘𝚙𝚢𝚛𝚒𝚐𝚑𝚝
𝙵𝚘𝚗𝚝𝚎 𝚏𝚘𝚝𝚘 𝙿𝚒𝚗𝚝𝚎𝚛𝚎𝚜𝚝

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APPUNTI PER ME STESSA di Emilie Pine

Oggi inizierà la nostra rubrica “Donne e Libri”, dove troveremo ogni mese una recensione di un libro scritta da Alessia Finco.
Vi lascio alle sue parole.

Emiliepine

RECENSIONE: romanzo «APPUNTI PER ME STESSA» di EMILIE PINE
A cura di Alessia Finco.

Salve a voi belle donne che seguite il blog WOMAN AND THE CITY!
Mi chiamo Alessia ho quarantadue anni e da quattro sto seguendo il mio sogno: quello di poter pubblicare (chissà mai) un romanzo con una casa editrice importante.
Nel frattempo ci sto lavorando duramente (giorno e notte), leggendo e scrivendo in ogni ritaglio di tempo libero, tempo che sa essere assai tiranno.
Grazie a una amicizia in comune ho avuto il piacere di conoscere alcuni mesi fa la mitica e poliedrica Roberta Ciapparelli, che con messaggio inaspettato mi ha affidato il difficile compito di selezionare mensilmente un libro che possa rispecchiare l’animo spiccatamente femminile del gruppo.
Mi impegnerò quindi a proporvi libri che possano esserci d’aiuto, che ci inducano alla riflessione, e che riescano in qualche modo a farci sentire meno sole. Insomma, storie nelle quali sia facile rispecchiarsi.

«Appunti per me stessa» mi è piaciuto immediatamente! Quel «per me stessa» ha allertato i miei sensi. Io, infatti, credo fortemente che chi non è grado di amarsi non sarà mai in grado di amare davvero qualcuno! E ne ho le prove!
Chi si ama a metà o con poca autostima rischia di generare rapporti malati che difficilmente si concluderanno in maniera positiva. Ovviamente, noi siamo esseri umani con pregi e difetti, ed è proprio da questo che dovremmo partire, da un semplice processo di auto – accettazione.
Emilie l’autrice del libro, è una donna come noi, che ci racconta senza troppi peli sulla lingua del suo pesante bagaglio composto principalmente da dolore e sofferenza.
I problemi cominciano durante l’infanzia, dopo che i suoi genitori decidono di separarsi e lei si ritrova a vivere sola insieme alla madre e la sorellina appena nata.

Negli «appunti sull’intemperanza» parla apertamente dell’alcoolismo del padre, Emile confessa: è molto difficile voler bene a qualcuno che soffre di una dipendenza. È come andare a sbattere contro un muro, non soltanto con la testa ma con tutta te stessa. Ti indurisce il cuore.
«Gli anni del concepimento» sono gli anni in cui Emilie dopo una lunga ed estenuate battaglia, arriva a una personalissima conclusione: Non avrò mai un bambino. Questo fatto mi provoca ansia. E un senso di lutto. E felicità. E’ una felicità imperfetta, non scevra di dolore. Contiene un lutto, ma per questo è ancora più forte.
Parole dure, ma sincere, parole che colpiscono dritte al cuore, parole che non possono lasciarci indifferenti, parole che sanno suscitare una forte empatia.

In «parlarsi/ non parlarsi» testimonia di come i figli di genitori separati si trasformino in cosiddetti messaggeri. Che effetto fa? Se i tuoi genitori non si parlano? Tu diventi il messaggero. Se tuo padre ti consegna una lettera per la stronza, tu devi consegnarla a tua madre!
Le dinamiche improvvisamente cambiano, e i due ritornano a rivolgersi la parola. Provo stupore. Speranza. Sollievo. Confusione. Risentimento. Rabbia. E sbigottimento. Com’è possibile che anni e anni di silenzio si chiudano con tanta semplicità? E com’è possibile che nessuno si sia scusato con me o mia sorella?

In «Appunti sul sangue e altri crimini» l’autrice ci confida segreti riguardanti il proprio ciclo mestruale. Sangue che trabocca dai lati dell’assorbente, mi macchia il cavallo dei jeans, gocciola sul pavimento del bagno quando dimentico di sostituire il tampone. È scomodo, sporco, necessario, vivo, inzuppa e inumidisce. Ed è rosso. Sfacciato. E mio.

Altro argomento tabù: la depilazione, un inutile tortura alla quale noi donne dobbiamo sottoporci sin da adolescenti per sentirci accettate dalla società. Emilie decide di ribaltare le regole abbandonando rasoi e cerette. L’esperimento pare funzionare sino a quando un giorno d’estate, in metropolitana, le sue gambe pelose vengono notate da alcuni bambini che si mettono a strillare terrorizzati: «Mamma, ma quello è un uomo?» Beata innocenza, niente da fare, dobbiamo soffrire!

La parte scioccante è nel capitolo «Qualcosa di me», qui mi sono chiesta come sia stato possibile un cambiamento tanto radicale da parte dell’autrice. Oggi Emilie è una famosa insegnate di drammaturgia e una stimata scrittrice che rivela il lato oscuro di un adolescenza fatta di droga, alcool, poca scuola e pseudo prostituzione.
La chiave del cambiamento la troviamo in «Cose in programma», finalmente capiamo di come «i passi di lato» che lei ha sempre compiuto in preda alla paura si trasformino con somma consapevolezza in «passi avanti».

Ora sono felice, ma prima ero sempre a un passo di distanza dalle mie emozioni. E anche lontana dalle mie emozioni. E anche lontana da me stessa.
Io ci sto provando. E ho paura.  Ho paura. Ma lo faccio comunque.

Brava Emile, donna forte e coraggiosa, donna che grazie all’amore di un compagno sincero e comprensivo e riuscita a risorgere dalle proprie ceneri come l’Araba Fenice.
Bene, care amiche, spero di avervi incuriosito e attendo trepidante le vostre opinioni nel caso in cui vi venga voglia di leggere il libro.

➡️ Anch’io ho letto il libro, mi è piaciuto molto, perché è “vero”, racconta argomenti tabù, difficili da affrontare per molti, ma che “esistono”.

E mi sono segnata questa frase, che mi ha colpito molto:
“Certe volte il gesto più coraggioso è guardarsi dentro senza avere a disposizione uno specchio”.

📍Quindi Buona Lettura!
E se doveste leggerlo, raccontateci cosa ne pensate!!!

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