Oggi Carla Ferraris per la nostra rubrica “Donne e Arte”, ci parla di Leonora Carrington.
“Le donne devono riappropriarsi dei loro diritti, inclusi quei poteri misteriosi che da sempre sono stati nostri e che nel corso del tempo gli uomini hanno violato, rubato o distrutto” L. Carrington

I lavori di Leonora Carrington sono caratterizzati per lo più dallo spostamento (o smaterializzazione) delle coordinate logiche e reali di spazio e tempo.
I suoi dipinti riflettono infatti una realtà differente e fantastica rispetto a quella conosciuta.
Ad esempio, in opere come “Femme et Oiseau” (1937) o “Le fantôme” (1937) la donna-cavallo e la donna-fantasma emergono in modo inquietante da superfici scure e ombreggiate.
E’ senza dubbio una forte connotazione surreale ad affiorare dalla resa pittorica di questo periodo.
Nel 1936 infatti, in occasione della prima esposizione surrealista a Londra, la Carrington conosce il gruppo surrealista. Incontra Max Ernst, uno degli esponenti di spicco del movimento, che la incanta e la fa innamorare. Lei ha diciannove anni e con il suo fascino incarna l’ideale surrealista della femme-enfant.
In quegli anni Max Ernst rappresenta per Leonora sia una fonte di ispirazione artistica, sia una figura paterna autoritaria dalla quale lei dipende. Lei stessa infatti lo dichiara in un’intervista del 1990, in cui afferma che “una relazione d’amore implica sempre un rapporto di dipendenza.
Nel 1939 pubblica “La Dame ovale”, una raccolta di racconti illustrati da Ernst, e molti altri scritti, poi riuniti in “The Seventh Horse and Other Tales”.
La maggior parte dei racconti degli anni Quaranta vedono protagoniste donne dall’identità incerta, in cui convivono espressioni umane ed animali.
Sono perlopiù giovani donne solitarie e trasgressive che vivono ai margini del contesto sociale e rifiutano di assoggettarsi alle regole del tempo, preferendo la compagnia animale a quella dei propri simili.
Ricordiamo che Leonora Carrington nasce il 6 aprile 1917 nel Lancashire. Il padre è un ricco industriale, la madre è una nobildonna. Seguendo il costume del tempo viene mandata dai genitori a studiare in un collegio cattolico.
Ma dimostra subito avversione per le regole sociali impostele in quanto donna, perché le considera limitanti per le sue attività intellettuali.
Si tratta quindi di un animo indipendente, autonomo fin dalla giovane età e poco avvezzo alla sottomissione.
L’artista spesso si ritrae in forma di manichino o con una maschera che riproduce le sembianze del suo stesso volto.
Questa è da interpretare verosimilmente come una denuncia del mancato riconoscimento, in ambito artistico, della figura dell’artista-donna libera di creare.
All’inizio nel Movimento Surrealista non c’erano infatti donne artiste. Esse facevano parte del gruppo solo per le loro relazioni intime con i componenti, e venivano accolte come muse.
Spesso Leonora criticò con forza il rapporto di sottomissione che legava l’artista donna al Movimento.
Il rappresentarsi come corpo inanimato implicava quindi la consapevolezza del ruolo statico che veniva assegnato alle donne.
Terminata la relazione artistica ed amorosa con Ernst, a Lisbona Leonora incontra il diplomatico Renato Leduc, che aveva precedentemente conosciuto a Parigi.
Nell’estate del 1942 si trasferisce con Leduc a Città del Messico.
Altri artisti surrealisti si trasferiscono in Messico. Ad esempio, Benjamin Péret con la moglie Remedios Varo, che diventa sua amica intima.
Entrambe condividono l’amore per il mondo animale, che le artiste fanno convivere nelle loro opere con quello umano in una sorta di eclettica sacralità. Studiano e dipingono insieme, si interessano di riti alchemici, occultismo ed esoterismo.
Sono donne quasi sfacciate, eccentriche, rappresentano un modello femminile assai insolito per il Messico dell’epoca.
La Carrington stessa ricorda che in quegli anni l’accesso ad alcuni luoghi era vietato alle donne, e per artiste come loro era difficile passare inosservate.
Nei quadri della maturità, realizzati soprattutto in Messico, dominano cieli stellati e spazi indefiniti dai contorni sfumati, con finestre che sembrano aprirsi sul vuoto.
Nelle sue opere si invertono i concetti di attrazione e repulsione: le figure ibride, animalesche non suscitano orrore, ma si caricano di un forte erotismo.
I libri e i quadri sono vissuti da numerose figure animali, alcune delle quali, come la iena ma soprattutto il cavallo, ritornano con insistenza. Essi rappresentano gli aspetti nascosti della natura umana, gli istinti selvaggi che vengono addomesticati.
Altro simbolo ricorrente è l’immagine della mano, usata come riferimento all’importanza della manualità nella pratica artistica, ma anche, secondo un approccio femminista, all’abilità manuale della donna nelle svariate attività umane.
Nei primi anni Settanta infatti, si schiera pubblicamente a favore del movimento femminista per i diritti della donna.
In diverse occasioni inoltre espone le proprie teorie sull’uguaglianza di tutte le forme di vita e sul ruolo della donna come colei che ha il compito di mantenere l’armonia tra tutte le specie viventi (compito che alcune religioni antiche attribuivano appunto alle divinità femminili).
Dipinti come “The Ancestor “(1978) e “The God Mother” (1970) riflettono questo pensiero.
Allo stesso modo, le pubblicazioni di questo periodo prendono di mira il regime patriarcale maschile.
{𝚃𝚎𝚜𝚝𝚘 𝚜𝚘𝚐𝚐𝚎𝚝𝚝𝚘 𝚊 𝙲𝚘𝚙𝚢𝚛𝚒𝚐𝚑𝚝 – 𝙵𝚘𝚗𝚝𝚎 𝚏𝚘𝚝𝚘 𝙿𝚒𝚗𝚝𝚎𝚛𝚎𝚜𝚝}


























